India, l’esperienza dell’incontro

India, l’esperienza dell’incontro

di Vittoria

L’hanno ripetuto più volte prima di partire, sia agli incontri di formazione, che nei gruppi di partenza: “Non createvi aspettative, di qualunque genere, perché verranno disattese.” E così è stato. Pensare all’ India evocava in me immagini ridondanti di colori, profumi speziati, caos, traffico; questo poiché reduce da racconti di viaggio con destinazione Delhi, Agra e Jaipur, il cosiddetto “triangolo d’oro dell’India”. La meta della missione VOICA era lontana ben 1300 km dall’ammaliante e caotica capitale del paese; era Bilpudi, un piccolo villaggio nel Dharampur, collocato nel distretto di Valsad, nello stato del Gujarat. Raggiunta, seppur con qualche giorno di ritardo sulla tabella di marcia, ci è apparsa nettamente differente da Mumbai dove siamo atterrati. Qui il verde regnava sovrano, distese di piantagioni di riso ogni dove, di un verde mai visto prima, così acceso, così brillante.

Giunti sul luogo della missione siamo stati accolti da una trentina di bambine e ragazze con indosso gli abiti “da festa”, che ci hanno allietato con le loro voci soavi, in un canto di benvenuto, decorandoci la fronte di rosso come da tradizione indiana. Solo in seguito abbiamo scoperto l’orgoglio del popolo indiano per i propri talenti artistici, da far insegnare agli alunni a scuola, canto, ballo e disegno. La comunità dove abbiamo alloggiato per i successivi 20 giorni disponeva di una scuola di inglese, dalla Materna, alle Medie, che negli anni avrebbe compreso anche le Scuole Superiori. La direttrice, così come alcune delle Maestre, era una delle sei suore canossiane che ci hanno ospitato con calore e con le quali abbiamo trascorso fianco a fianco i giorni successivi. Ciò che più di tutto ho apprezzato delle Sisters, come volevano essere chiamate, sia nella nostra che nelle altre comunità che abbiamo avuto modo di visitare, è stata la disponibilità e la gentilezza mostrata nei nostri confronti. Ci hanno trattato come loro nipoti, pretendendo che ci riposassimo per qualche giorno dopo il lungo viaggio, cucinando per noi ogni ben di Dio, sia italiano che indiano e non facendoci mai mancare nulla. Il nostro gruppo era prevalentemente composto da giovani ragazzi, volenterosi di darsi da fare e di aiutare dove ce ne fosse bisogno; in fin dei conti abbiamo intrapreso questo viaggio per questo.

L’obiettivo della missione era affiancare gli operai nella costruzione di un parco giochi di modo che i bambini della scuola disponessero di un’area ricreativa, attualmente assente causa mancanza di fondi, cui aveva opportunamente rimediato il VOICA. Per venire incontro alle nostre esigenze organizzative, avevano deciso di intraprendere i lavori in Agosto nonostante fosse periodo di monsoni. Vivere un periodo in un altro paese, comporta adattarsi alle sue tradizioni, alla sua cultura, ed è ciò che abbiamo dovuto fare noi. Benché febbricitanti all’idea di sporcarci letteralmente le mani, ci siamo trovati costretti a rallentare il ritmo, a rispettare i loro orari e a lasciar lavorare gli operai, desiderosi di ricevere una paga. Le madri canossiane, molto preoccupate all’idea che ci stancassimo troppo, ci hanno fatto partecipare solo parzialmente ai lavori, in compenso sono state ben contente di consentirci di giocare con le timide ragazze che vivevano stabilmente nella comunità poiché altrimenti costrette a percorrere a piedi e quotidianamente il lungo e spesso pericoloso tragitto che separava i loro rispettivi villaggi da scuola. È stato meraviglioso trascorrere del tempo con loro, cosi affascinate da noi tanto quanto noi lo eravamo da loro. Inizialmente molto riservate, dopo tre settimane di conoscenza, di giochi e di risate, piansero all’idea della nostra imminente partenza. A scuola veniva loro insegnato l’inglese, l’hindi, il gujarati (lingua nazionale) e il dialetto locale e seppure le più piccoline non padroneggiassero bene la lingua, comunicare con loro fu spontaneo e per nulla complicato.

Sister Susan, la madre superiora, ci fece da balia, da tour operator, da amica, da mamma e consapevole che difficilmente saremmo ricapitati da quelle parti, si preoccupò di mostrarci ciò che la sua terra poteva offrire. Rispettata da tutti, ci accompagnò in svariati tempi indù, in alcuni musei sia di storia che di scienza, a vedere le cascate oggetto di tipiche gite domenicali, a fare shopping nei tradizionali mercati indiani, a visitare un lebbrosario, scuole per bambini con disturbi mentali e infine il villaggio da cui proveniva una delle bambine che aveva rapito il nostro cuore con la sua simpatia e spensieratezza. Le Madri, la domenica, si davano il cambio per portare ai vari abitanti alimenti di prima necessità e in uno dei loro tour le accompagnammo anche noi. Le condizioni di vita delle sorelle erano ben al di sopra delle mie aspettative, ma nel resto del paese e nei villaggi le condizioni erano nettamente inferiori. Famiglie da 5, 6 componenti vivevano a malapena in due stanze, le cui pavimentazioni erano costituite da sterco di mucca e il tetto da canne di bambù assemblate insieme. Seppur si trovassero in misere condizioni apparivano molto sereni e disponibili a offrire a noi, i loro ospiti, tutto il cibo di cui disponevano pur di rimanere loro senza. I sorrisi sui loro volti rispecchiavano la gioia che ho avuto modo di riscontrare in ognuna delle sorelle incontrate in questo viaggio.

Mumbai, Talassari, Bilpudi sono state solo alcune delle comunità in cui Sister Susan ci ha accompagnato per toccare con mano la realtà del paese e ciascuna ospitava persone che oltre al sorriso sulle labbra, lo portavano anche sul cuore. Dicendo “Pray for us” erano solite salutarci e nella preghiera confidiamo si mantenga vivo il nostro ricordo.

Grazie VOICA per questa indimenticabile esperienza.