Marco: accettare la vita come una festa

Marco: accettare la vita come una festa

Vorremmo provare a raccontare la nostra esperienza estiva partendo da alcune parole di una canzone che ha accompagnato le nostre giornate africane. Le cose che abbiamo visto e che abbiamo vissuto non si possono trasmettere solo con le parole.

Così come nessuna foto, nessun video o commento renderà giustizia alla bellezza di Bethlehem, il piccolo villaggio in Uganda in cui siamo stati lo scorso luglio a fare volontariato, grazie all’associazione VOICA Onlus. Una scuola, una manciata di case, una chiesa, noi cinque volontari e tantissima gente: un mondo da raccontare. Ecco quello che abbiamo visto.

Abbiamo visto bambini indossare la stessa maglietta, sporca e piena di buchi, dal primo all’ultimo giorno di missione.

Bambini che erano consapevoli di quanto fossero fortunati perché altri non l’avevano nemmeno.

Sono inesauribili, quei bambini: non si stancano mai, sebbene lavorino fin da piccoli, e hanno sempre voglia di fare, di imparare, di capire. Giocare con loro è una lezione: non mollano mai, lottano su ogni pallone; sono scalzi su un campo che è terra rossa, erba secca e sassi. Piante da evitare come paletti e porte fatte con sassi o quello che si trova in giro. È tutto troppo bello: rendersi conto di non avere niente e in quel niente trovare tutto quello che serve per stare bene.

Abbiamo visto bambini fare chilometri e chilometri sotto il sole, con pesanti taniche piene di acqua sporca, che portano a casa alla famiglia per lavarsi, bere e cucinare.

Abbiamo visto ragazzi lavorare e spaccarsi la schiena per un compenso di qualche banana, mango e ananas al giorno.

Abbiamo visto tante persone in difficoltà, che non hanno i soldi per pagare l’iscrizione a scuola dei figli, o addirittura non hanno denaro per sfamarli. Ma le abbiamo sempre viste con il sorriso sulle labbra, gentili e accoglienti, pronte a ringraziare ed a regalarci quel poco che hanno.

Siamo partiti con l’idea di aiutare chi stava peggio di noi e siamo tornati con la consapevolezza che loro ci hanno aiutato a capire cos’è la felicità vera. Quella piena, che ti toglie il fiato, che ti stampa un sorriso in faccia che non sei capace di togliere. Siamo tornati con qualche soldo e qualche vestito in meno, ma il cuore pieno di gioia: forse è questa l’unica cosa che conta.

Siamo riusciti a fare molto, forse più del previsto. Ogni mattina, secchi, pennelli, guanti e tutti insieme si andava a lavorare. Abbiamo dipinto alcune aule della scuola, la segreteria e alcuni uffici.

Con il denaro raccolto in Italia, anche grazie alle uova di Pasqua vendute ad Alfianello, abbiamo ampliato i dormitori (dove dormono i bambini che abitano lontano dalla scuola) e costruito i bagni e le docce.

Si, costruito i bagni, perché prima il loro bagno era un campo di grano e le loro docce un bicchiere d’acqua nel cortile. Questi lavori sono stati sicuramente impegnativi, ma hanno reso la scuola -il luogo dove quei fantastici bambini passano in pratica tutta la giornata, da quando sorge a quando cala il sole- un po’ più vivibile e più piacevole.

Abbiamo dedicato anche parte del tempo a pitturare l’interno del convento delle Madri Canossiane che ci hanno accolto: quattro donne fantastiche, piene di vitalità, accoglienti, gentili e premurose.

Ma soprattutto, siamo stati con la gente. Con loro abbiamo giocato, riso, condiviso esperienze, camminato: abbiamo unito le nostre vite alle loro.
E così, come diceva la canzone all’inizio, abbiamo capito cosa significa avere il cuore in festa.
Abbiamo capito cosa significa fare qualcosa di utile.
Abbiamo capito cosa significa sorridere davvero.
E abbiamo capito, lontano dalle nostre sicurezze, quanto nel poco si possa trovare il molto.

Per quanto riguarda il Voica, saremo presenti ancora nella provincia di Brescia, con svariate iniziative per raccogliere fondi per progetti importanti.

Vi assicuro che vedere che ogni piccola donazione diventa, in Africa, qualcosa di concreto (aule, bagni, sostegno alle rette scolastiche) e che nulla va sprecato, è una soddisfazione che ripaga di ogni fatica.
Abbiamo scritto queste righe perché, tornando a casa, l’unica cosa a cui pensavamo era che, se fossimo riusciti a raccontare l’esperienza di Bethlehem anche solo ad una persona, avremmo fatto il nostro dovere.
Davvero, provare per credere: chi prova un’esperienza simile, non riesce più a farne a meno.