Giorgia: nello sguardo di quella ragazza

Giorgia: nello sguardo di quella ragazza

Per quanto forti possano essere le motivazioni che ti spingono a partire per raggiungere l’Africa, queste si scontreranno sempre con le paure e i desideri ai quali siamo stati abituati fin da quando eravamo piccoli. Non è possibile realizzare da subito il contesto nel quale “atterri”, perché dentro di te hai ancora molte, forse troppe, tendenze europee.

Con il passare dei giorni, con il sorgere e il tramontare del sole, ti abitui a quei dolci e lenti ritmi africani, che scopri non essere solo un modo di dire. È come vivere senza orologio, senza preoccupazioni, senza impegni per il giorno successivo, senza pretese dalle altre persone e con l’incertezza del pranzo o della cena: sapendo alla fine che se non sarà riso con le verdure, sarà pollo con le verdure. Al contrario, in questa terra ti senti accettata e stimata per quello che sei. Anche se diventi lo zimbello della popolazione, chiunque, per strada, ti saluterà con affetto.

La cosa che resta più impressa nel mio cuore è il sorriso africano: un’arma a doppio taglio, che ti perfora dall’interno, che in un primo momento ti stimola nel salutare, nel prendere in braccio e nel far giocare i bimbi, ma nonostante questo ti fa riflettere e ti rattrista. Ci si chiede perché nel mondo ci sia questa disuguaglianza che non permette di avere un sistema di cure sanitarie, di avere la possibilità di studiare fino ai dieci anni o di avere semplicemente del tempo per giocare. Grazie all’esperienza in Africa ho cominciato ad osservare tutto in maniera diversa. In ogni cosa, in ogni sguardo e in ogni situazione che vedi là, trovi una motivazione alternativa rispetto alla semplice mentalità europea. Credo che certe emozioni non possano essere trascritte in un foglio, perché non arriveranno mai alle altre persone con la stessa intensità con cui sono state vissute, con cui hanno impregnato la mia pelle.

Se oggi penso al Togo, mi travolge l’immagine di due gemelline di un anno e mezzo, che ho incontrato in un villaggio. A loro ho donato un braccialetto, oltre al mio sorriso. La cosa che più mi ha preso è stata la loro madre davvero giovanissima. Il suo sguardo di richiesta e di attesa, ancora in cerca di quelle attenzioni che da piccola non ha ricevuto perché ha dovuto crescere i fratelli e poi subito le figlie. Le sue parole “moi aussi cadeaux” (“anche a me regalo”) mi hanno commosso dentro e mi hanno fatto riflettere. Spesso non mi fanno dormire. Accendono in me il desiderio di vivere con un’unica frase stimolante: Alcuni cercano un mondo migliore, altri lo creano.

Penso che le nostre piccole scelte quotidiane possano “cambiare”, in misura differente, questo mondo, che seppur abbia i colori diversi, necessita costantemente delle stesse attenzioni e di amore.